Come tutti i miti travestiti da storia – o le storie travestite da mito – anche quello della Maschera di Ferro ha un’origine curiosa e imprevedibile. Per motivi che non vogliamo approfondire, nel 1717 Voltaire fu imprigionato nel carcere della Bastiglia di Parigi; fu in quel luogo ameno che venne a conoscenza, da parte di due secondini, dell’esistenza di un prigioniero mascherato morto nel 1703 e sepolto, sotto falso di Marchioly, nel cimitero di Saint Paul. La fantasia di Alexandre Dumas padre fece il resto e quando uscì il romanzo “Il Visconte di Bragelonne” ben presto la storia (o la leggenda) dell’uomo con la maschera di ferro superò i confini del Regno di Francia. Che fosse esistito un “uomo mascherato che aveva al fianco due moschettieri pronti ad ucciderlo se si fosse tolta la maschera” sembra un fatto inoppugnabile, così come le tracce e i documenti che lo vogliono legato al Conte Benigno di Saint-Mars nelle sue peregrinazioni attraverso il Regno di Francia, ma sull’identità, se non addirittura sull’unicità, di tale prigioniero nulla ci è dato di sapere.

Conte Benigno di Saint -Mars

 

Per quasi quarant’anni la cosiddetta “Maschera di Ferro” sembrò costituire l’inseparabile ombra di Saint-Mars: Pinerolo, Exilles, l’isola di Santa Margherita e infine la Bastiglia furono le tappe in cui il Conte e il suo presunto prigioniero lasciarono le tracce di quel mistero. Che il nobiluomo non fosse proprio un esempio di virtù ce lo conferma Edmondo De Amicis, che nel suo libro “Alle porte d’Italia” lo descrive come “piccolo, brutto, con un muso di bertuccia, sempre rannuvolato come il cattivo tempo, irascibile e bestemmiatore come un vetturale”. Come se non bastasse, abbandonati i romanticismi di “Cuore”, il De Amicis ci fa sapere prosaicamente che il Saint-Mars sia stato un “soldataccio di ventura, affamato d’oro come un usuraio”, uno che “veglia sulle sentinelle dalla finestra, fruga i panni dei prigionieri mentre dormono ed è capace di passar la notte sopra un albero per scoprire che cosa fa nella cella un disgraziato che gli dà sospetto”; quanto basta per far nascere velati dubbi sulla sua affidabilità e sulla sua tendenza alla compassione umana. Al contrario del subdolo carceriere pare invece che la storia (o la leggenda?) sia stata più felice nei confronti del recluso mascherato che viene descritto come un personaggio “alto, di bell’aspetto con una voce suadente e che – a quei pochi che potevano venire in contatto con lui – non tradiva mai il nome e l’identità”. Pare dunque che il soggiorno della Maschera di Ferro ad Exilles sia durato dal 1681 al 1687 e che il luogo della sua detenzione sia da individuare al primo piano di quella che era la Tour Grosse del castello, altrimenti detta Tour de César per l’errata convinzione sull’origine romana del manufatto. Si racconta inoltre che il prigioniero fosse “ben trattato e ben alloggiato” e gli fosse dato “quanto desiderava. Si comunicava mascherato, era molto devoto e leggeva di continuo”. Più un ospite d’onore, dunque, che un prigioniero. Fino a che punto poteva essere possibile? Dove non arriva la verità ne arriva il suo surrogato, così il mito prende forma dagli imperscrutabili meandri del pensiero e si materializza in granitiche convinzioni, pare dunque che don Giuseppe Bernard, il confessore del recluso nel periodo di detenzione ad Exilles, fosse ben presto stato allontanato dal paese e dalla sua chiesa poiché in possesso di notizie molto riservate comunicategli dall’uomo mascherato. Se è vero che sull’identità della Maschera di Ferro sono state fatte 48 ipotesi, è però altrettanto vero che in realtà è improbabile che un essere umano possa vivere 40 anni con il volto coperto da una maschera, così come è plausibile che l’ipotetico prigioniero possa essere stato più di uno; ma la leggenda continua, e se venite nel Forte di Exilles potrete ancora oggi visitare la “cella della Maschera di Ferro”, se pure costruita trecento anni dopo la sua morte.

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